L’importanza di un ambiente di lavoro “bello” – Parte II

Continua l’articolo sull’importanza della “bellezza” del posto di lavoro. Se ti sei perso la prima parte, puoi leggere l’articolo cliccando QUI.
Come afferma anche Bruni, l’imprenditore deve essere un innovatore, non uno speculatore, e deve vedere il mondo come: “un luogo popolato di opportunità da cogliere”. Olivetti ed anche il capo dell’odierna Google possono essere definiti imprenditori-innovatori. Bisogna però, considerare che non sono solamente gli imprenditori a dover rendere piacevole l’ambiente per migliorare l’azienda, ma devono essere anche i dipendenti a mantenerla. Un esempio di un lavoratore che coglie nella sua azienda: “la bellezza capace di scaldare e dar luce” è Saluggia. Egli aveva quasi: “il timore di non essere degno di un’azienda così forte e bella”. Trova nella bellezza della fabbrica la forza di andare avanti e di lavorare. Purtroppo non tutti i dipendenti amano l’azienda come lui e non si rendono conto della sua sovrumana bellezza. Non sentendosi parte della fabbrica, finiscono per: “rivoltarsi contro il corpo che li ha nutriti”. Sono coinvolti in un lavoro senza coinvolgimento personale e pertanto de-esistenzializzato. “Saluggia sente il vuoto perché gli altri sono vuoti”, non vedono il bello dell’azienda e lavorano solamente per il salario. Lavorare in un ambiente, guastandolo e sporcandolo, senza metterci del proprio significa condannarlo a morte.
Giuseppe Varchetta, famoso psicologo del lavoro spiega la differenza tra un ambiente bello e uno perfetto. Egli afferma che l’ambiente di lavoro: “bello”, colloca “l’attore organizzativo in una conseguente, per certi versi ovvia, dimensione di agio e come tale di self confidence e di efficacia. Contemporaneamente l’ambiente bello ma non saturo, non perfetto (..) lascia spazi all’attore organizzativo: lo induce ad osare al di là dei limiti, alla ricerca di una condizione perfetta.”. Secondo lui, dunque, non è necessario che l’ambiente sia già perfetto, proprio per lasciare che le persone ci mettano del loro per poter ricercare una perfezione che forse non troveranno mai, ma che comunque creerà un senso di unità in tutti i dipendenti. In questo modo, si genera philia, ovvero: “il sentirsi parte di un destino e di un bene comune da raggiungere assieme”.
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Per poter evadere dagli “edifici grigi che creano esistenza incolore”, bisogna rivalutare l’importanza della bellezza. Nel libro di Bruni, si nota come mentre un tempo i ricchi, come anche Olivetti investivano nelle città e nelle imprese, rendendo la vita più bella anche ai poveri, oggi, invece, la ricchezza tende ad essere privatizzata. “La crisi attuale sta aumentando la bruttezza dei luoghi del vivere, perché quando si vivono le crisi, di ogni tipo, l’attenzione e gli investimenti vanno aumentati, altrimenti manca la forza per ricominciare”. Lavorare in un ambiente ideale non ha scopi puramente estetici, ma genera nei dipendenti sensazioni di benessere ed emozioni positive. Il lavoro, se svolto in un ambiente percepito come esteticamente bello, appare meno stressante rispetto alle ore passate in un luogo esteticamente sgradevole. L’ambiente piacevole può anche influenzare lo stato di salute. Ulrich ha dimostrato che i dipendenti che avevano la finestra dell’ufficio affacciata su un parco avevano periodi di convalescenza minori rispetto a chi aveva la finestra che dava su un muro di mattoni. Inoltre, gli ultimi riportavano anche un maggior numero di disagi psicologici, tra i quali: ansia e depressione. Si è notato, grazie ad alcuni studi, che un ambiente bello può infierire anche sull’attenzione e sulle qualità delle relazioni.
E il vostro ufficio? E’ sufficientemente bello ed imperfetto da stimolare la vostra creatività?


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